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Shadow of the Colossus: tributo ad un capolavoro senza tempo

Un viaggio nella poetica dimensione dell'immaginario creato da Fumito Ueda, prezioso patrimonio di un medium capace di cose straordinarie.

Ripercorriamo insieme l’universo di Shadow of the Colossus, dall’importanza dell’originale capitolo PS2 sino al recente remake di Bluepoint Games.

Premessa: non troverete in questo scritto e sulle nostre pagine una recensione con rispettivo voto del remake di Shadow of the Colossus. Abbiamo deciso di destinare al dualismo delle due opere un editoriale più ricercato ed introspettivo. Per certi versi, anche più personale, seguendo quanto più possibile lo spirito con cui l’intera opera andrebbe approcciata. L’immaginario creato dal genio di Fumito Ueda è teatro di una ricercata simbologia, e di una narrazione tanto ermetica quanto fascinosa ed introspettiva, che va vissuta al netto di quelli che possono essere i pregi o i difetti oggettivi dell’esperienza ludica. L’auspicio è che è la trattazione possa incuriosirvi ad esplorare e vivere un’opera unica e preziosa, qualora ancora non lo aveste fatto. O semplicemente di farvi riflettere e fornirvi una chiave di lettura, magari, più profonda.

Shadow of the Colossus remake

Il lungo ponte che conduce al Sacrario del Culto, nella desolata landa teatro delle vicende di Shadow of The Colossus.

Una terra deserta, silenziosa, maledetta. Culla di una natura indomita. Un giovane errante – di nome e di fatto – è disposto ad avventurarvisi, in sella al suo unico e fidato amico a quattro zampe. In una coperta avvolge un inerme corpo senza vita, quello di una fanciulla dalla disarmante purezza e bellezza. Pare vi sia un misterioso potere in quelle terre dimenticate dal mondo. Un potere in grado di opporsi all’imperfezione dell’esistenza umana. In grado di sconfiggere la morte. Nel Sacrario del Culto, enorme tempio che giganteggia sulla landa, si reca il nostro alter-ego, Wander, a caccia di quel potere che pare essere il solo barlume di speranza in grado di riaccendere la sua esistenza. Di riportargli la sua Mono. In quanto portatore dell’antica spada, Wander riesce ad entrare in contatto con l’entità informe Dormin, la quale aleggia tra le mura dell’imponente costruzione, e pare possedere il potere che il nostro eroe sta cercando. Quest’ultimo, tuttavia, è avvisato: potrebbe non essere affatto felice il destino di colui che tenta di opporsi alle leggi dei mortali. Wander è deciso, impassibile: vuole, deve arrivare in fondo. Per poter riportare in vita la fanciulla, deve tuttavia essere svolto un compito: le statue dei colossi all’interno del tempio devono essere abbattute. Per farlo l’unica via è scovare ed abbattere le loro mastodontiche controparti che popolano quelle sventurate terre.

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Shadow of the Colossus, come si accennava, è un’opera ricca di riferimenti simbolici e religiosi. Molteplici sono i richiami alla Sacra Bibbia. La misteriosa entità rimanda in maniera piuttosto chiara alla figura di Nimrod, personaggio cui è attribuita la costruzione della mitica Torre di Babele -Nimrod è l’anagramma del nome della stessa entità. Il Sacrario del Culto, per dimensioni e contesto, inoltre, si configura come un altrettanto chiaro riferimento alla sopracitata Torre. La chiave di lettura che conferisce all’opera di Ueda una profondità fuori dal comune risiede, tuttavia, nel concetto che più di tutti ne qualifica l’eccezionalità: l’estetica. Estetica intesa come percezione mediante il senso. Attraverso un perfetto connubio tra un game design geniale ed una direzione artistica d’eccellenza, Shadow of the Colossus ci regala emozioni. Emozioni che ci restano addosso, e che ci arricchiscono. Emozioni uniche, che più di ogni altra cosa lo elevano a capolavoro senza tempo.

Gaius, Shadow of the Colossus

Gaius, il colosso cavaliere che raffigura la verità della terra.

Nonostante la struttura di base possa apparire povera e ripetitiva, l’esperienza ludica di Shadow of the Colossus riesce a non rivelarsi mai noiosa o frustrante. Ci cattura, anzi, in maniera poetica. Ci ritroviamo in preda a quel genuino piacere per la scoperta, per l’avventura fine a sé stessa. Questo merito inestimabile della produzione è da attribuirsi parimenti ad un character design sopraffino e fuori scala e ad un comparto tecnico-artistico sublime. Le mastodontiche creature che ci troveremo ad affrontare si conglobano ad ambienti di gioco più o meno interattivi, per dar vita ad un level design ancor oggi originale, e quantomai affascinante. Ecco perché si è disposti a soprassedere senza remora alcuna alle imprecisioni di alcune hitbox legate ai comandi di interazione, così come alla leggera sensazione di legnosità che il titolo trasmette, oggi come allora. In tal senso, il remake dei sapienti ragazzi giapponesi di Bluepoint Games è quanto di più fedele e rispettoso nei confronti dell’originale si possa trovare in quest’ambito, e non fa eccezione nemmeno quest’ultimo aspetto. Avremo, magari, occasione di approfondire in altra sede il valore, l’importanza e l’efficacia di questo remake. Quello che ci preme sottolineare qui è che il lavoro di ammodernamento non ha minimamente intaccato l ‘atmosfera sottile e sublime di un titolo unico nel suo genere, e per questo non semplice da trattare e riproporre. La totale lontananza del maestro Ueda da questo progetto nuovo, inoltre, avrebbe potuto rappresentare una difficoltà ulteriore. E invece, tutto è come un tempo. Investito del fascino del nuovo, dalle texture in alta definizione ad un nuovo, gradevolissimo pacchetto di animazioni.

Shadow of the Colossus remake

La grandezza della natura silente nella desolata terra di Shadow of the Colossus.

La narrativa di Shadow of the Colossus è volutamente abbozzata. Ermetica. Nulla di certo ci viene comunicato. Nulla sappiamo sulle figure di Wander e Mono. Non si sa che legame abbiano, così come poco si sa sulla civiltà da cui provengono. Eppure la vicenda, i personaggi, quella stessa terra maledetta finiranno per coinvolgerci ed affascinarci in una maniera assolutamente inedita e peculiare. La centralità dell’esperienza – anche narrativa – del titolo viene lasciata completamente al giocatore. Viene affidata a quella simbiosi emotiva che inevitabilmente si instaura al cospetto del fascino di una tale immensità. Distese verdeggianti, brulle praterie, montagne scoscese, caverne austere ed una fauna prossima all’estinzione dipingono un quadro dalla caratura artistica certamente fuori dall’ordinario.

Shadow of the Colossus è un’opera talmente anticonvenzionale, ricercata e particolare che potrebbe anche finire per non coinvolgervi nella maniera più assoluta. Perché, probabilmente, la bellezza è davvero negli occhi di guarda, come sosteneva Hume. Il titolo si prende i suoi tempi, ha un ritmo compassato, che apre all’esplorazione, all’immersione nella natura come parte attiva dell’esperienza, e non mero intermezzo tra uno scontro e l’altro, sebbene non ci siano particolari attività da svolgere oltre allo scorgere il nostro prossimo bersaglio.

A discapito dei gusti personali, tuttavia, in un insieme di delicate e geniali trovate a livello artistico e di game design risiede l’eco di un capolavoro da preservare, che esula da qualsiasi dimensione temporale e da qualsiasi schema tassonomico del medium videoludico. L’eco docile e fiabesco di un medium straordinario.

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