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Quando i videogiochi divennero il perfetto capro espiatorio

Nonostante i grandi passi avanti che l'industria è riuscita a compiere, sono ancora molti coloro i quali non riescono a vedere oltre la superficie.

Capita ormai sempre più spesso di assistere ad attacchi nei confronti del media videoludico, ma sarà il caso di starci ancora dietro?

Quella dell’industria videoludica è una storia di crescita e consapevolezza di sé stessa affrontata faticosamente e con impegno. Il media che tutti quanti noi conosciamo ne ha dovute passare di cotte e di crude per diventare quello che viene ritenuto – senza ombra di dubbio alcuna – il mezzo d’intrattenimento più importante dell’epoca odierna. Guardando a ciò che i grandi team di sviluppo riescono a concretizzare sulle attuali macchine da gioco, diviene difficile tornare con la mente alle linee e ai quadrati che in passato rappresentavano tutto ciò che serviva al pubblico per essere soddisfatto. Storie sempre più avvincenti, strutture ludiche costantemente rimodellate, tecnologie grafiche capaci di sfiorare il fotorealismo, budget stellari che neanche le produzioni hollywoodiane più ambiziose possono permettersi. I generi si sono evoluti, alcuni si sono fusi e altri ancora sono appena sbocciati, mentre le tematiche trattate toccano oramai ogni singolo ambito dell’umana concezione.

Oggigiorno possiamo entrare in contatto con una miriade di titoli capaci di lasciare un segno profondo nel pubblico.

Una crescita culturale, ancor prima che puramente ludica, un continuo sviluppo che viene però ripetutamente “ostacolato” da varie personalità di spicco. Lo sappiamo tutti e fingere il contrario sarebbe stupido, i videogiochi rappresentano il capro espiatorio più gettonato tra tutti quelli disponibili a politici, giornalistici e chi più ne ha, più ne metta. Questa consapevolezza è talmente avvinghiata alla nostra società che ormai abbiamo finito con il darla quasi per scontata e anzi, quando ciò non accade ne rimaniamo addirittura sorpresi. Chi non ha mai visto un notiziario trattare dell’ultimo GTA uscito ammonendolo per i temi trattati? Quanti non hanno mai sentito le dichiarazioni di un qualche politico che addita i videogiochi come colpevoli per le più orrende atrocità? È una solfa che tutti conosciamo, un comportamento dispregiativo a cui oramai non facciamo quasi più neanche caso.

L’arte della disinformazione

L’ignoranza è la colonna portante di tutto il nostro discorso, un vero e proprio parlare senza sapere di cosa si sta trattando. Se siete videogiocatori anche solo minimamente aperti all’industria, sicuramente conoscerete un’enorme vastità di titoli appartenenti a generi differenti e dai caratteri ben distinti. Al contrario, dall’altra parte della barricata si tende a parlare in relazione ai soliti tre o quattro brand più famosi, quelli maggiormente giocati dalla massa. Il GTA dove si uccidono le prostitute e si rubano le macchine, il COD dove si impara a sparare e così via, andate a ritroso tra le dichiarazioni fatte di anno in anno e noterete che i nomi colpevolizzati sono sempre gli stessi.

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Quello di Grand Theft Auto è probabilmente il brand più bersagliato in ambito giornalistico.

L’atteggiamento che si pone nei confronti del media è perennemente aggressivo e mai informativo, l’obiettivo è sempre demonizzare, mai comprendere, spiegare o istruire. Sappiamo che nei videogiochi si può uccidere e questo è sbagliato poiché è la persona stessa a premere il grilletto virtuale, l’utente diviene un partecipante attivo che va in contrasto con la passività che si mantiene in un film o con un libro. È un ragionamento limitato e privo di fondamento – anche a fronte di molte ricerche di spessore presentatisi nelle università più prestigiose del mondo – ma resta un pensiero diffuso e che non ci scrolleremo mai di dosso. Giusto recentemente abbiamo potuto “assaporare” alcune dichiarazioni rilasciate dall’ex ministro Carlo Calenda, il quale ha affermato:

“Sarà forte ma io considero i giochi elettronici una delle cause dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. Fondamentale prendersi cura di ogni ragazzo: avvio alla lettura, lingue, sport, gioco. Salvarli dai giochi elettronici e dalla solitudine culturale e esistenziale”.

Non ci vuole molto a notare la limitatezza di fondo che sta alla base di questo testo, un messaggio dettato da una visione del media ormai datata e totalmente fuori contesto. Lo stesso Calenda ha reso noto che le sue conoscenze videoludiche sono ferme ai tempi di Space Invaders, e diciamo che da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. È incredibile come un semplice messaggio pubblicato su Twitter possa mostrare l’arretratezza culturale non solo italiana, ma mondiale. Basterebbero cinque minuti a un giocatore minimamente esperto per realizzare un’infinita lista di titoli capaci d’insegnare, d’emozionare e di trasmettere un messaggio. Ma nessuna di queste voci del popolo ha mai sentito parlare di Valiant Hearts, di This War of Mine, di That Dragon Cancer, di Celeste o di altri mille titoli che, da soli, potrebbero tranquillamente smontare ogni tesi presentataci di volta in volta. Si conosce solo la superficie, la punta di un iceberg che nasconde sotto di sé immense distese ghiacciate che però non interessano a nessuno. Dopotutto, non è certo parlando con cognizione di causa che si ottengono click, consensi e attenzione.

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Una guerra persa in partenza

Nel voler rappresentare la sconsolante situazione odierna, ancora più emblematico potrebbe essere un vecchio video pubblicato dall’account Youtube ufficiale della Casa Bianca – guarda caso ora messo come “non in elenco” – in cui venivano mostrate varie scene di violenza videoludica totalmente decontestualizzate, il tutto al fine ultimo di far capire quanto il media stesso fosse colpevole delle sparatorie scolastiche, degli assassinii per le strade, della violenza dilagante. Poco importa se poi negli Stati Uniti l’ottenimento di armi di vario calibro è tanto facile quanto lo è andare a comprare il latte di prima mattina, la colpa non può essere attribuita ai sistemi politici o alle decisioni di chi sta al potere, è molto più facile attaccare qualcosa che non si conosce e che, soprattutto, non si è interessati a conoscere, un perfetto capro espiatorio da sfruttare ogni qualvolta che si presenti la giusta occasione.

Volendo però spezzare una lancia a favore delle critiche, bisogna ammettere che quello videoludico è un media che, se usato con sregolatezza, può far male… così come può far male mangiare troppe mele, correre per troppo tempo o leggere senza mai fermarsi. Tutto va gestito con la giusta regolarità, ogni aspetto della nostra vita si basa su equilibri che bisogna rispettare per non incappare in gravi situazioni psicofisiche capaci di compromettere pesantemente i nostri stili di vita. Eppure questo messaggio non passa, ancora una volta la colpa viene indirizzata esplicitamente verso i videogiochi, una colpa che si ritrova a essere sfruttata quasi fosse una campagna politica da dover portare avanti con forza e coraggio. Il vero cuore del discorso è che attaccare l’industria videoludica è semplicemente facile, parlare di qualcosa nei confronti dei quali vige la più dilagante disinformazione non costa nulla.

A nessuno importa dei fatti, men che meno se si parla di videogiochi, ed è per questo che anche noi dovremmo lasciar perdere. Da videogiocatore, io in primis comprendo la rabbia che si prova quando si viene additati come degli appestati solo perché si è videogiocatori, ma al contempo capisco anche che qualsiasi parola detta a riguardo sarebbe solo tempo perso, discorsi che entrerebbero in un orecchio e uscirebbero dall’altro. Ci saranno sempre nuove voci pronti ad additare al gaming tutte le problematiche del mondo, è stato così in passato e lo sarà anche in futuro. Noi, dal canto nostro, possiamo rispondere con l’arma più forte di tutte, l’indifferenza.

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