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Addio LucasArts: Disney cosa hai fatto?

 

 

 

A pochi giorni dalla incredibile chiusura della LucasArts anche noi di Kingdomgame vogliamo dire la nostra. Per celebrare quella che è stata una delle più importanti software house della storia del videogioco e per ricordare il lavoro di tante persone, grazie alle quali oggi possiamo parlare del videogame come forma di intrattenimento quasi artistica e di indubbia qualità.

 

L’età d’oro dell’Avventura Grafica

 

Inutile stare qui a tracciare la solita noiosa storia aziendale della famosa compagnia. Basti sapere che nasce nel 1982, come compagnia affiliata alla Lucas Films. Questo dettaglio fa già percepire la grandezza del progetto della software house: in un periodo embrionale dell’industria videoludica Lucas ebbe l’intuizione di espandere i propri orizzonti di intrattenimento. Lo fece pensando ad una collaborazione con Atari. I risultati furono da subito promettenti. Nacque così un felicissimo dualismo tra cinema e videogioco, indubbiamente precursore dei tempi moderni, nei quali spesso ci troviamo di fronte a produzioni nettamente inferiori. Se infatti ad oggi molto spesso il gioco riprende il film, solo per seguirne la scia commerciale (o anche viceversa!), Lucas Arts, nei lontani anni ottanta, puntò più semplicemente all’utilizzo di personaggi ed ambientazioni cinematografiche in contesti di intrattenimento diversi.

 

 

Nacquero così prodotti come “Indiana Jones” e “Labyrinth”, basati per l’appunto su precedenti film, grandissimi successi commerciali, non solo per la loro diffusione cinematografica ma anche, e soprattutto, per la loro qualità. L’avventura grafica non fu solo sfruttata ma addirittura rivoluzionata dai grandi autori LucasArts. Ron Gilbert, padre di Monkey Island, fisserà un sistema di gioco, tanto semplice quanto geniale: lo Scumm. Un misto di interazione e punta e clicca che rendeva il gioco da un lato semplice ed immediato, dall’altro completo ed esaustivo in tutte le possibili azioni del giocatore. Uno standard che si impose su tutte le avventure bidimensionali. A questa già grande e meritevole innovazione tecnica bisogna aggiungere lo studio quasi artistico che venne fatto su storie ed ambientazioni. La bellezza dei fondali si accompagnava ad una struttura psicologica dei personaggi quasi sempre ineccepibile ed affascinante. A ciò si sommava la struttura complessa dell’avventura in quanto tale, capace di una longevità (a volte quasi frustrante) ad oggi oramai dimenticata. Certo non mancarono i flop o gli insuccessi commerciali, ma si tratta di una conseguenza normale di quello che è gestire un business del genere. La saga di Monkey Island, di Sam&Max o di Indiana Jones rimarranno sempre nella storia e nei cuori dei videogiocatori, come esempio di grande intrattenimento umoristico, ma non solo. Una compagnia capace di titoli anche impegnati e profondi (il capolavoro “The Dig”, ancora adesso dovrebbe essere preso a modello da imitare) e mai scontati e banali.

 

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Canto del cigno dell’epoca del punta e clicca fu Grim Fandango. Esigenze grafiche contemporanee costrinsero all’abbandono del sistema Scumm per un mal implementato 3D. Nonostante la qualità dei fondali e dei personaggi è indubbio che il controllo del nostro Senor Grim sia piuttosto frustrante. Questo però non intacca minimamente la bellezza del gioco, dotato di uno stile noir anni trenta che spaventa per la sua incredibile profondità. L’originalità della trama e la complessità degli enigmi tocca poi vertici forse mai più eguagliati. Tant’è che, un po’ come nei film più controversi e considerati a posteriori delle pietre miliari, anche Grim Fandango fu snobbato all’uscita, per poi essere oggi tenuto in considerazione come “must have”. L’avventura grafica però era definitivamente defunta, almeno per il momento, e il flop del quarto Monkey Island non fece che peggiorare le cose…

 

Guerre Stellari

 

LucasArts non fu però solo punta e clicca. Precursori anche dell’hardware 3D i ragazzi della software house si lanciarono nell’action e nel fps, puntando sul prodotto più interessante che la Lucas Films potesse offrire loro: Star Wars. L’universo della saga fu talmente espanso e sfruttato da provocare a volte veri e propri errori di plot, che i nerdissimi fan non hanno mai potuto digerire a pieno. Bisogna dire che il nuovo millennio fu talmente investito dalla mole di prodotti videoludici “stellari” che la stessa LucasArts annunciò di voler diminuire il gettito, per non abbassare la qualità dei giochi. Che rimasero comunque la fonte di introito principale fino alla recentissima chiusura. Star Wars: Battlefront, Jedi Outcast, Jedi Academy e tanti altri rappresentarono piacevoli alternative alla visione dei film, immergendo il giocatore in avventure da brivido. Piene ovviamente di spade laser e blaster. Capolavoro assoluto però fu solo il gdr “Kotor” (Knights of the Old Republic), ed il suo degno seguito (sebbene sviluppato frettolosamente e carente soprattutto nel finale). Alle interazioni tipiche delle vecchie avventure Lucas fu aggiunto un sistema di crescita del personaggio e di combattimento che ancora oggi resiste (Dragon Age per esempio lo riprende tantissimo). Ultime produzioni furono poi “Il Potere della Forza”, action interessante dal punto di vista grafico e di gameplay, ma forse poco intrigante nella trama. Trama completamente ditrutta dal seguito, che ha forse rappresentato un vero disastro per la casa di produzione. Mazzata finale il semi-fiasco del mmorpg “The Old Republic”, che ad un ottimo comparto di gameplay e trama, non ha saputo bilanciare un buon “end-game” fondamentale in questi giochi online di tipo massivo.

 

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Una decisione sofferta ma giusta?

 

A tirar le somme insomma, nonostante la grande importanza storica della LucasArts si nota come nell’ultimo periodo i progetti della software house fossero stati dei buchi nell’acqua. Anche i pochi titoli degni di nota, complice una certa fretta ed una strategia di mercato sbagliata, hanno avuto evoluzioni disastrose. Il brand Disney, acquistando l’intera compagnia di George Lucas ha preferito quindi tagliare i rami secchi, chiudendo uno dei simboli dell’universo del videogioco. Sebbene sia quasi ironico che una “fabbrica di sogni”, qual è la Disney, chiuda brutalmente il padre di alcuni dei nostri sogni elettronici più importanti, dobbiamo sempre ricordare che il mondo del commercio è questo. Ed in un mondo così spietato effettivamente LucasArts stava dando poco. Forse si sarebbe potuto continuare, forse qualche soluzione alternativa si sarebbe potuta trovare, ma tant’è. Con ottimismo comunque ci basti pensare che molti dei brand e dei personaggi che ci hanno fatto sognare continueranno ad esistere, non solo nei nostri cuori, ma anche nelle nostre console. La morte della Lucas non significa certo la fine dei giochi di Star Wars e neanche che Guybrush prima o poi non faccia capolino sugli schermi. Fa riflettere però: anche i videogiochi stanno invecchiando. E neanche loro sono immortali…

 

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