Rubrica

Per un pugno di giochi #12: gli incubi finali di Diablo

Febbraio per il mondo videoludico non è stato di certo un mese allegro, abbiamo visto la fine di due importanti software house.

Una era conosciuta per aver creato dei mondi fantastici e indimenticabili: Irrational Games

L’altra per aver ricreato dei racconti grezzi e realistici sulla malavita: 2K Prague

Venite sul nostro canale YouTube, per ora è ancora aperto…

…invece su Facebook stiamo scongiurando Ken Levine di cambiare idea…

…ma su Twitter abbiamo twittato un’offerta che non potete rifiutare.

Ma noi non ci perdiamo d’animo e continuiamo a goderci le nostre passioni, nuove o vecchie che siano. Continuiamo a sperare in Final Fantasy – neanche tanto – nel mentre combattiamo Diablo su Playstation 3 e ci spaventiamo con Outlast.

La fine e l’inizio di una passione

Dopo anni da videogiocatore non è raro imbattersi in un periodo dove la propria passione vada scemando. Ed è sostanzialmente quello che sta accadendo al sottoscritto da mesi. Il desiderio di giocare a nuovi videogiochi, quell’hype dovuto dall’attesa, l’eccitazione nel trovarsi tra le mani un videogioco attesissimo non esiste più. O comunque il tutto è molto limitato. Ora la sensazione migliore è quella di quando il proprio articolo viene pubblicato, il tuo lavoro è finito e sei soddisfatto del risultato. Giunge poco dopo il tempo di scriverne uno nuovo. La passione del videogioco ha lasciato spazio a quella di scrivere di videogiochi. Per questo motivo il mio ultimo gioco giocato è Lightning Returns: Final Fantasy XIII, di cui ho scritto la recensione.

Lightning e Final Fantasy

Ormai sappiamo la direzione intrapresa da Square Enix, è inutile continuare a lamentarci. Come altri famosi brand anche Final Fantasy fa parte del gruppo “inizialmente RPG trasformati successivamente in dei mass market action” – Mass Effect coff coff -, mettiamoci l’anima in pace. Da cosa si distinguono i due generi? Il primo è caratterizzato da variabili che dipendono dalle statistiche del nostro personaggio. In Lightning Returns è così solo in parte, ma in realtà il combat system è la meccanica migliore che possiamo trovare. Il resto è un insieme di missioni identiche e noiose, complice il dover girare decine e decine di volte le stesse ambientazioni, nello stesso modo, nello stesso ordine. Ciò che mi invoglia a continuare a giocarci è il Nuovo Gioco + grazie alle nuove possibilità che vengono sbloccate per quanto riguarda il potenziamento della protagonista. Il resto è un grosso “meh” in attesa di Final Fantasy X HD.

A cura di Riccardo Rossi

Il racconto del diavolo

Una mano esce dal terreno, seguita subito dopo dall’altra. Scava la terra e nel farlo lascia brandelli di putrida carne intorno a sé. A fuoriuscire dal terreno – ora – c’è anche la testa e le spalle. Quell’orrida creatura è ora davanti a me. La guardo avvicinarsi, oscillando prima a destra e poi a sinistra, le mani protese ad artigliare il vuoto. Non ci penso due volte, mi avvicino e gli pianto la mia ascia nel teschio dell’orrida creatura che mi si para davanti. Tutto intorno a me la scena si ripete e in pochi secondi vengo accerchiato da una moltitudine di non morti. Non c’è tempo per pensare. Iniziò a calare l’ascia su quelle creature infernali fin a che l’ultima non è accasciata al suolo. Ho il respiro affannato, un velo di sudore copre i miei muscoli tesi allo spasimo.

Questo è uno dei tanti combattimenti che ho affrontato giocando Diablo III (versione Playstation 3), l’hack and slash made in Blizzard. Il gioco diverte e tanto, soprattutto giocato in compagnia nell’ottima (e quasi invariata rispetto al single player) modalità cooperativa. Esplorare dungeon insieme a tre amici ha il suo fascino, così come lo spaccare il culo a qualche creatura infernale. Tutto sommato un gioco che mi sta piacendo parecchio, complice l’atmosfera epica e il farsi giocare senza troppi pensieri. Se volete – anche voi – venire a spaccare culetti non morti a gogo non esitate a contattarmi.

A cura di Valerio Zavaglia

Outlast: un videogioco da brivido

Questo mese il servizio di Sony, ossia Playstation Plus, ha introdotto un horror veramente interessante. Io non sono assolutamente un appassionato del genere, tuttavia, dopo aver visto i primi video gameplay e la cura tecnica riposta nel gioco, sono rimasto incuriosito e alquanto affascinato. Outlast è un horror in prima persona, con ambienti bui, evocativi, ed un sonoro che riesce ad immedesimare l’utente all’interno della vicenda. Noi impersoniamo un giornalista d’assalto, chiamato Miles Upshur che, in seguito ad una soffiata anonima, decide di perlustrare un manicomio abbandonato dove, a quanto pare, sono presenti degli spiriti terrificanti, pronti a sbarrargli la strada. Dunque il protagonista, “armato” solamente di una telecamera ad infrarossi, dovrà perlustrare il manicomio per svelare la verità che ruota attorno a questo mistero.

Outlast playstation

Ho avuto l’occasione di giocare Outlast in compagnia, ma nonostante questo il timore resta, anche se il pericolo il più delle volte non si trova dietro l’angolo, bensì il giocatore viene colto di sorpresa. Una volta individuati, il nemico – una sorta di umanoide sfigurato con un’ascia – ci inseguirà per ucciderci. A questo punto non ci resterà che correre a gambe elevate e trovare al più presto un nascondiglio, che può essere un armadietto (stile Metal Gear Solid), sotto un letto o dietro qualsiasi altra struttura. L’importante è non farsi individuare dallo spirito umanoide, dato che ci sarà impossibile sferrare degli attacchi.

Chi la fa l’aspetti. Di certo andare in un manicomio per fare il proprio scoop, armati di una sola telecamera (per giunta a batterie!) non è una scelta da prendere alla leggera. In poche parole, Outlast è il gioco horror che tutti gli appassionati del genere non dovrebbero farsi scappare. Tutto questo per un gameplay divertente, fluido condito da una grafica realizzata ad alti livelli. Infine il sonoro riesce a creare quell’atmosfera inquietante e terrificante, in grado di aumentare considerevolmente la suspense e l’emotività di chi gioca.

A cura di Marino D’Angelo

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