Recensione

We Happy Few – Recensione, alla ricerca della felicità perduta

Scopriamo insieme se la nuova creatura targata Compulsion Games ha saputo rispettare le aspettative generate in questi anni.

Dopo una lunga fase in early-access, We Happy Few è finalmente giunto sul mercato, pronto a stupire il pubblico… ma la creatura di casa Compulsion Games possiederà davvero la forza necessaria per emergere dalla massa?

Fin dal suo primissimo annuncio, We Happy Few ha saputo attirare grandi folle di curiosi attorno a sé. Eravamo nel lontano 2015 quando i ragazzi di Compulsion Games decisero di dar vita a una campagna Kickstarter con cui poter finanziare il proprio progetto, un lavoro lungo e difficoltoso che però raggiunse il suo obiettivo. In totale, vennero raccolti oltre 260.000 dollari e l’anno successivo il pubblico pagante poté addirittura metter le mani sopra a una versione in early-access del titolo. Non ci volle però molto prima che cominciassero a fioccare le critiche, in particolar modo volte nei confronti di un sistema da survival-game esageratamente invadente affiancato da un comparto narrativo non sufficientemente valorizzato.

Nei due anni che seguirono – e che hanno infine portato all’acquisizione dell’intera compagnia nei lidi Microsoft – gli sviluppatori hanno continuamente lavorato a stretto contatto con i propri fan, di fatto andando a stravolgere pesantemente quella che sarebbe dovuta essere la stessa ossatura di base dell’intera esperienza. Dopo una lunghissima attesa ed enormi cambiamenti, la software house ha però potuto infine chiudere questa lunga parentesi, protrattasi forse più di quanto ci si sarebbe potuti inizialmente aspettare, con l’annuncio di una release finale del prodotto, il quale sarebbe stato reso disponibile a partire dal 10 agosto 2018. Infine, anche noi di Kingdomgame abbiamo potuto metterci sopra le nostre mani godendoci tutto ciò che l’opera aveva da offrire e ora, dopo dozzine d’ore passate in-game, siamo finalmente pronti a darvi il nostro giudizio finale a riguardo.

La formula per la felicità

We Happy Few ci catapulterà all’interno di un’isola britannica in un 1964 alternativo. In questa Wellington Wells il governo ha deciso di tagliare ogni tipo di contatto con il resto del mondo, il tutto allo scopo di dimenticare terribili eventi del passato e dar forma a un roseo futuro. Speranze e belle promesse non bastano però a capovolgere il volto di un popolo in lutto e, nel tentativo di ristabilire l’ordine e la pace, viene velocemente sviluppata una particolare droga sintetica – denominata Joy – che ogni abitante dovrà necessariamente assumere a intervalli regolari, pena l’essere allontanato con la forza dalla comunità. Il successo della “medicina”, pensata specificatamente per annebbiare i brutti ricordi e rendere più docile chiunque dovesse assumerla, porta a una distribuzione di massa in tutta la regione, con continui casi d’abuso e conseguenti rigetti della pasticca potenzialmente capaci di portare addirittura alla morte.

Quello di We Happy Few è un mondo marcio e pericoloso in cui morte e distruzione regnano sovrani.

È proprio in questo oscuro contesto che prendono vita le vicende di Arthur Hastings, giornalista che dopo essersi imbattuto in un vecchio articolo relativo a suo fratello Percy, vede improvvisamente svanire gli effetti della pillola. Il rimorso e la disperazione per il fratello dimenticato sono fardelli troppo pesanti per essere scacciati con una dose di Joy e, alla fine, il nostro alter-ego digitale decise di non assumere più la droga. Non ci vorrà molto prima di essere però scoperti da un collega che, una volta chiamate le autorità, ci costringerà a fuggire nelle fogne per aver salva la vita. Dopo una lunga corsa a perdifiato, giungiamo così nella zona più periferica dell’intera isola, un luogo ricco di strutture pericolanti dove la feccia della società vive in condizione di povertà assoluta. Soli e spaventati, prenderemo quindi una solenne decisione, ritrovare nostro fratello e fuggire da questo luogo infernale.

Narrativamente parlando, l’avventura narrata dai ragazzi di Compulsion Games si è rivelata decisamente accattivante e ricca di spunti interessanti, seppur non sempre perfettamente raccontata. Quello che gli sviluppatori hanno portato alla luce è infatti un mondo sporco e marcio sia all’esterno che all’interno, un luogo di morte e distruzione nascosto da una maschera diabolicamente applicata con cura maniacale per dare la miglior impressione possibile. In-game si sente fortemente il peso di una realtà che solo noi comprendiamo, l’essere consci che quanto sta accadendo è pura follia nel mentre che tutt’intorno a noi la vita prosegue come se nulla di strano stesse avvenendo. Il titolo presenta dei momenti indubbiamente ben riusciti e riesce a mantenere alto l’interesse del giocatore dall’inizio fino ai titoli di coda, i quali sono arrivati molto più tardi di quanto ci saremmo potuti aspettare.

L’avventura metterà il giocatore innanzi a una gran varietà di situazioni.

We Happy Few si caratterizza infatti per la presenza di ben tre diverse storie, ognuna con personaggi differenti le cui vicende andranno però intrecciandosi tra loro nel proseguo dell’avventura, un’idea interessante che conferisce spessore e varietà all’interno dell’economia di gioco. Il risultato finale si è mostrato infatti a dir poco affascinante e i tre protagonisti che andremo impersonando si sono mostrati ben delineati, con un carattere e un carisma ottimamente marcato. Purtroppo, non altrettanta attenzione è stata data ai personaggi di sfondo, i quali si sono rivelati tutti alquanto privi di quella personalità che invece ci saremmo aspettati da un titolo che punta così tanto sulla follia e l’inganno, con accenni più o meno marcati nel campo della politica, con particolare attenzione sul concetto della dittatura. Resta il fatto che il risultato finale ha saputo farsi valere e si è infine concretizzato in un prodotto che sotto il profilo narrativo non ha deluso le aspettative.

Questioni di vita e di morte

Come detto poco fa, la lunga fase di lavorazione in uno stato di early-access ha portato il team di sviluppo a implementare importanti differenze rispetto a quello che originariamente era We Happy Few. Alla base, avremo ancora una struttura da action open-world in prima persona in cui potremo andare girando in lungo e in largo per la mappa di gioco completando obiettivi facoltativi, missioni primarie e incarichi secondari. A onor del vero, le attività opzionali non si sono rivelate sufficientemente diversificate, rimando invece fortemente ancorate a un classico muoversi da un punto all’altro della mappa, eliminare un nemico, prendere un oggetto e tornare da chi vi aveva inizialmente dato l’incarico. Nonostante questo, la distribuzione tutt’altro che massiccia di codeste quest secondarie – le quali verranno presentandosi a noi giusto occasionalmente durante il normale proseguo dell’avventura – ha evitato che si potesse venire a creare quel tedioso senso di ripetitività potenzialmente capace di far disastri.

In-game potremo comportarci nel modo che riterremo più opportuno… ovviamente subendone le successive conseguenze.

A questa classica base ludica sono poi stati affiancati tutta una serie di elementi survival pensati per impreziosire l’esperienza, seppur il loro impatto sull’economia di gioco sia molto meno invadente di quanto non fosse in passato. Quando ancora il gioco si trovava in uno stato di early-access, non tener conto di statistiche quali la fame o la sete poteva portare a un repentino game-over, condizioni che però non sono state mantenute per la release finale. In We Happy Few dovremo ancora tenere sott’occhio le nostre condizioni tentando di rimanere idratati, essere ben riposati e avere sempre lo stomaco pieno, ma nel caso in cui non dovessimo curarci sufficientemente del nostro protagonista, finiremo semplicemente con il subire una serie di malus che potrebbero creare qualche grattacapo durante uno scontro all’arma bianca.

In-game è infatti presente una barra della stamina che andrà abbassandosi ogni qual volta che correremo, attaccheremo o effettueremo una qualche azione specifica, un indicatore di vitale importanza che, di base, andrà diminuendo nel caso in cui non dovessimo tenere sotto controllo i bisogni dell’alter-ego digitale di turno. Il cambiamento effettuato dal team è indubbiamente radicale e meritevole di nota, un passo indietro che abbiamo apprezzato poiché ci ha dato maggior libertà di muoverci nel modo a noi più consono – il povero Arthur è rimasto affamato durante il corso di tutta la partita -, una scelta dettata dal volere del pubblico che ha allontanato il videogiocatore dal quel palpabile senso di frustrazione che era invece avvertibile in passato. Inoltre, è importante precisare che ognuno dei tre protagonisti che andremo controllando durante l’avventura avrà le sue caratteristiche e le proprie capacità speciali sbloccabili all’interno di un albero delle abilità man mano che saliremo di livello. Nei fatti, Arthur rappresenta il classico bilanciamento tra difesa e attacco, Sally incarna il cuore più propriamente stealth dell’opera mentre Ollie, al contrario, punta tutto sulla forza bruta.

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Anche l’occhio vorrebbe la sua parte

L’avventura porta avanti anche quelle basi di crafting che avevamo già avuto modo di vedere quando provammo il titolo in anteprima anni fa. Ancora una volta, dovremo raccogliere ogni genere di cianfrusaglia per andare poi a creare utili attrezzi per la sopravvivenza, indipendentemente che si parli di strumenti medicinali e di armi per la propria autodifesa. Fortunatamente, il sistema funziona e tra statistiche, limiti di peso, ricette nascoste e altro ancora, andrà facendosi sempre più complesso man mano che giocheremo. Ben poco convincente si è invece rivelata l’intelligenza artificiale nemica, spesso facilmente aggirabile e alquanto grezza nei comportamenti. Chiaramente, vista la portata del progetto e la grandezza del team di sviluppo, era impossibile aspettarsi miracoli in tal senso, ma le molte situazioni tragicomiche in cui ci siamo imbattuti nel mentre che giocavamo non hanno potuto far altro che lasciarci con un pizzico d’amaro in bocca, soprattutto se si considera che in tal modo tutto il lavoro posto nei confronti delle meccaniche stealth implementate è andato in buona parte vanificato.

Tecnicamente parlando, la creatura di Compulsion Games mostra il fianco a diverse criticità.

Ovviamente, anche l’utilizzo della Joy rappresenta un elemento portante della struttura ludica. All’interno dei distretti controllati dalle forze governative, assumere Joy sarà infatti di fondamentale importanza per non destare il sospetto di essere dei “musoni” – questo è il nome dato a tutti quelli che hanno smesso di assumere la droga –, anche se pure il semplice comportarsi in maniera sospetta potrebbe destare un certo allarmismo nei vostri confronti. In termini di combat-system nudo e crudo, We Happy Few non fa sicuramente gridare al miracolo, di fatto limitandosi a svolgere il suo compitino. Alla fin fine, durante uno scontro ci ritroveremo a lanciare fendenti in ogni dove sperando di colpire qualche avversario intervallando il tutto con occasionali parate utili per riprendere fiato.

Da un punto di vista squisitamente tecnico, la creatura di Compulsion Games vive di molti bassi e qualche alto. Il budget ben poco esaltante di cui ha potuto godere il team ha infatti portato a un lavoro sottotono, tra texture poco rifinite, modelli poligonali poveri ed effetti particellari appena sufficienti, mancanze a cui poi bisogna aggiungere un frame-rate alquanto instabile e una massiccia presenza di bug e glitch assai fastidiosi. Di contro, il lavoro artistico portato avanti dal team si è rivelato assai piacevole alla vista, lì dove ogni quartiere cittadino saprà mostrare una sua interessante identità, un lavoro che fa giocoforza su uno stile spiccatamente cartoonesco che va nascondendo alcune delle magagne che il titolo si porta dietro. Di buon livello si è invece rivelato essere il comparto audio, con un doppiaggio inglese indubbiamente apprezzabile seguito in parallelo da una soundtrack purtroppo poco incisiva.

I pro

  • Narrativa e setting estremamente affascinanti
  • Una campagna duratura e divertente da affrontare
  • Molte meccaniche inserite per impreziosire l’esperienza…

I Contro

  • Intelligenza Artificiale alquanto grezza
  • Graficamente sottotono
  • …ma non tutte sono state sufficientemente limate

Voto Globale 7.5

We Happy Few è un obiettivo raggiunto per metà. L’avventura di Compulsion Games riesce infatti a mostrare un suo carisma grazie a un’avventura ricca e varia che saprà impegnare il giocatore di turno per dozzine d’ore di divertimento. Personaggi ben caratterizzati, una lore di fondo assai intrigante e numerose meccaniche ludiche pensate per impreziosire l’esperienza vanno però scontrandosi con diverse magagne non trascurabili. Un’IA avversaria deficitaria, un comparto tecnico insufficiente e una generale mancanza di limature sotto molti degli aspetti che caratterizzano l’opera mettono in mostra un lavoro ancora grezzo e che manca di quelle attenzioni che produzioni dal budget più elevato si possono permettere. Resta comunque il fatto che l’esperienza finale, pad alla mano, si è rivelata piacevole da completare nella sua interezza, un lavoro forse incapace di stupire ma comunque da tenere attentamente sott’occhio.
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